“Tutto quanto succede nel dove in cui viviamo, succede in noi
Tutto quanto cessa in ciò
che vediamo, cessa in noi.
Tutto ciò che è stato, se
lo abbiamo visto quando era
Quando se ne va, è tolto da
dentro di noi.”
(Fernando Pessoa , Livro
do Desassosego de Bernardo Soares)
Forse
era questa la mia paura, che cessato qualcosa, se ne dissolvesse in me anche il
ricordo;
da piccola , prima di ripartire da
un posto, mi piaceva passare in rassegna una ad una le stanze della casa che
avevo abitato, anche fosse stata la casa dei miei nonni – geografia arcinota
dei miei affetti – o l’appartamento che i miei zii affittavano tutti gli anni a
Peschici.
Con
quel misto di gratitudine e languore malinconico ( da cui forse avrei dovuto
intuire una mia certa propensione al nomadismo auto-inflitto ), era come
scattare una foto mentale, respirata – INSPIRATA
– per trattenere il ricordo di quello che avevo vissuto in quelle stanze e
assorbire gli umori e gli odori che, come Proust m’avrebbe insegnato più tardi,
non m’avrebbero mai abbandonato (
salvo decidere loro, in tutta autonomia, quando palesarsi).
![]() |
| Luigi Ghirri
Casa Benati, Reggio Emilia, 1985
Courtesy ©Eredi Ghirri
|
Qualche
tempo fa, leggendo del cinema di Ozu (esponente del realismo giapponese, noto
per il suo stile “contemplativo”, impregnato di simbolismi e sfumature
psicologiche), per un attimo ho rivissuto una di quelle scene; non dalla
prospettiva della bimba che sono stata, ma dalla prospettiva quasi materna
della casa che mi aveva appena ospitato e che di li a poco m’avrebbe visto partire.
Nel
cinema di Ozu ricorrono scene in cui “i personaggi escono dalla stanza mentre
la macchina da presa, invece di accompagnarli resta nell’interno” ormai vuoto, come
una cassa di risonanza che “registra per alcuni istanti la lieve palpitazione
della loro assenza.” (Carlos Martí Arís , La centina e l’arco
)
Maggio
2013; non conoscevo bene la fotografia di Ghirri, ma incuriosita dalla
locandina – una sorta di supporto per
tende che abbraccia una porzione di spiaggia come una cornice magrittiana - trascino un paio d’amiche al MAXXI.
La mostra si articola in tre sezioni - icone, paesaggi, architetture
– e dimostra , con tecniche totalmente diverse ( dalle stampe d’avanguardia
alle storiche vintage prints ) la
straordinaria capacità trasfigurativa
della sua fotografia: dai cartelloni pubblicitari – icone “seriali” di una
nuova memoria collettiva – a soggetti ordinari dalla forte capacità evocativa, dai paesaggi
“cartolineschi” alla riabilitazione estetica delle periferie, dalle
architetture arci-note all’inventario dell’edilizia anonima, dagli scorci
domestici – ritratti di un intimo quotidiano dipinto con raffinatezza empatica –
agli straordinari traguardi dei cancelli e dei portali, “come mirini di una
macchina fotografica”; inquadrature naturali che divengono “soglie di accesso
al mondo esterno”.
![]() |
| Luigi Ghirri Marina di Ravenna, 1986 Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio |
Ghirri
si rapporta agli spazi in modo che, attraverso
gli spazi, si possano percepire i gesti
delle persone; in modo che attraverso gli oggetti si possa leggere
una storia.
La presenza umana infatti è limitata alla
trasposizione iconica della cartellonistica pubblicitaria o è filtrata
attraverso la tecnica del mosso, che rende irriconoscibili le persone pur
evocandone la figura.
Gli oggetti quindi, come nelle scene dei
capolavori di Ozu ( “empty of all but mu [a
zen term meaning "nothingness”]” )
acquisiscono un valore evocativo di immediato impatto emotivo ( “The
vase itself means nothing, but its presence is also a space and into it pours
our emotion.”da Donald
Richie, Ozu ).
![]() |
| Luigi Ghirri Bologna, Studio di Giorgio Morandi, 1989-1990 Courtesy ©Eredi Ghirri |
Più vicino al fotoamatore che non al
fotografo professionista, l’esperienza di Ghirri, nata quasi da una
“frequentazione dilettantesca” dell’immagine, sembra risolversi in meravigliosa
restituzione dell' “identità residua e persistente” di un'Italia in vorticoso cambiamento. Ghirri sceglie di usare la fotografia per filtrare la realtà e restituirne una visione densa, porosa e malinconica, sempre in bilico tra l'ordinario e il metafisico.
I suoi scatti quindi dimostrano come la “
fotografia d’autore” non possa che essere frutto dell’equilibrio quasi alchemico tra la propia
interiorità e ciò che “ continuerà ad esistere anche quando avremo
finito di fare fotografia” ( Lezioni
di fotografia, Luigi Ghirri ).





