Capitato quasi per caso nella valigia per il
Sudafrica, qualche giorno dopo essere arrivata nella casa famiglia di Yeoville
– disperato sobborgo di Johannesburg
– quel libro si rivelò inaspettatamente calzante.
“I’m
just a red nigger who love the sea,
I had a sound colonial
education,
I have Dutch, nigger, and
English in me,
And either I’m nobody or I’m
a nation.”
( Derek Walcott )
Crogiuolo di
razze – q u a
t t r o sono le macro-categorie etniche
riconosciute ufficialmente: neri bianchi, coloured e asiatici – babele
di lingue - u n d i c i sono le lingue ufficiali corrispondenti alle
varie etnie, sebbene la maggior parte dei coloured parli l’afrikaans - il Sudafrica è quanto di più curiosamente contraddittorio
mi sia mai capitato di vedere.
Novembre 2012, galleria E x t r a s p a z io, via Francesco di Sales 16 A.
Pieter Hugo torna a Roma a meno
di un anno da quel Permanent Error (
esposto al MAXXI ) che non vidi perché al tempo vivevo in Svizzera ( la stessa
– quella francese – da cui è appena tornato anche lui dopo una personale al
Musée de l’Elysée di Lausanne dal titolo This
must be the Place ).
Il nuovo progetto – “There’s a
Place in Hell for me and my friends” – pur nell’acidità dei contrasti Black
& White, richiama netto alla mia memoria quell’impasto cromatico che è
stato ed è tutt’ora il Sudafrica.
In un paese massacrato
dall’apartheid , schiavo dell’epidermide, Hugo manipola i canali cromatici di
questi 42 ritratti “sudafricani” per forzare all’estremo la percezione delle
differenze/evidenze che contraddistinguono le diverse razze e che per secoli hanno
alimentato discriminazioni e soprusi.
La manipolazione digitale di questi ritratti -
postproduzione che risucchia il pigmento melaninico e disidrata i tessuti rendendoli
asciutti e rugosi - mette in rilievo macchie epidermiche e danni solari comuni
a tutte le razze e al contempo dimostra
come il colore , sebbene sia solo un gioco di campionatura superficiale, abbia
il potere di condizionare le nostre vite, mortali e non.
E allora dall’omonimo brano di Morrissey
“Our
skin
And our blood
And our bones
Don’t get in your way
Making you ill
The way they did
When we lived
Oh, there is a place
A place in hell
Reserved
For me and my friends.”
PIETER HUGO
Trasi Henen
(There’s a place in
hell for me and me friends)
2011
Cortesia
di e x t r a s p a z i o |
PIETER HUGO
Asch Henen
(There’s a place in hell for me and me friends)
2011
Cortesia di e x t r a s p a z i o |
Nato a Johannesburg nel 1976, Pieter Hugo lavora
da anni per ritrarre la sua Africa,
indagandone l’identità e l’alterità senza mai cadere in approcci
documentaristici ma prediligendo piuttosto tagli caustici e provocatori.
Tra i suoi progetti più famosi;
“Looking
aside” – serie di ritratti impietosi di soggetti da sempre relegati ai
margini della società, come vecchi, ciechi e neri albini ( mutazione genetica causa
di un anomalo cocktail di tratti negroidi e assenza di melanina ) immortalati
nella loro cruda vulnerabilità ;
“Rwanda 2004” – istantanee di un conflitto intestino che ha
insanguinato la terra del Rwanda poco meno di vent’anni fa, quando la minoranza
Hutu si rivoltò contro l’etnia Tutsi, massacrando in un centinaio di giorni
tra 800.000 e 1.000.000 di persone;
“Nollywood” – collezione
di fotogrammi dal sapore lynchano dei personaggi grotteschi che animano le
pellicole della terza industria cinematografica più fiorente al mondo ( quella
africana, per l’appunto);
“Pemanent Error" – documentario sulla realtà geografica dell’ e-waste, perché la più grande discarica tecnologica del mondo
si trova in Ghana ed è una voragine di detriti i cui miserabili abitanti
sopravvivono bruciando congegni elettronici per estrarvi rame ed altri metalli.
Un
approccio duro, provocatorio ma al contempo intensamente riflessivo, forte
della consapevolezza che l’arte non ha alcuna responsabilità intrattenitiva - “I don’t think art has a responsibility to be pretty” (P. Hugo)
- ma piuttosto la responsabilità di
indurre lo spettatore a soffermarsi su un’ immagine più della consueta manciata
di secondi, per intuire, quantomeno, la complessità che vi si nasconde dietro.