domenica 16 dicembre 2012

La macchia umana

Leggevo Walcott , nell’agosto del 2007.

Capitato quasi per caso nella valigia per il Sudafrica, qualche giorno dopo essere arrivata nella casa famiglia di Yeoville – disperato sobborgo di Johannesburg – quel libro si rivelò inaspettatamente calzante.
        
                 “I’m just a red nigger who love the sea,
                   I had a sound colonial education,
                   I have Dutch, nigger, and English in me,
                   And either I’m nobody or I’m a nation.”
                                                        ( Derek Walcott )

Crogiuolo di razze  –  q u a t t r o   sono le macro-categorie etniche riconosciute ufficialmente: neri bianchi, coloured e asiatici –  babele di lingue  - u n d i c i   sono le lingue ufficiali corrispondenti alle varie etnie, sebbene la maggior parte dei coloured parli l’afrikaans - il Sudafrica è quanto di più curiosamente contraddittorio mi sia mai capitato di vedere.

Novembre 2012, galleria E x t r a s p a z io,  via Francesco di Sales 16 A.

Pieter Hugo torna a Roma a meno di un anno da quel Permanent Error ( esposto al MAXXI ) che non vidi perché al tempo vivevo in Svizzera ( la stessa – quella francese – da cui è appena tornato anche lui dopo una personale al Musée de l’Elysée di Lausanne dal titolo This must be the Place ).

 

Il nuovo progetto – “There’s a Place in Hell for me and my friends” – pur nell’acidità dei contrasti Black & White, richiama netto alla mia memoria quell’impasto cromatico che è stato ed è tutt’ora il Sudafrica.

In un paese massacrato dall’apartheid , schiavo dell’epidermide, Hugo manipola i canali cromatici di questi 42 ritratti “sudafricani” per forzare all’estremo la percezione delle differenze/evidenze che contraddistinguono le diverse razze e che per secoli hanno alimentato discriminazioni e soprusi.

La manipolazione digitale di questi ritratti - postproduzione che risucchia il pigmento melaninico e disidrata i tessuti rendendoli asciutti e rugosi - mette in rilievo macchie epidermiche e danni solari comuni a tutte le razze  e al contempo dimostra come il colore , sebbene sia solo un gioco di campionatura superficiale, abbia il potere di condizionare le nostre vite, mortali e non.

E allora dall’omonimo brano di Morrissey

                    “Our skin
                      And our blood
                      And our bones
                      Don’t get in your way
                      Making you ill
                      The way they did
                     When we lived
                     Oh, there is a place
                     A place in hell
                     Reserved
                     For me and my friends.”
                                                                                                         
PIETER HUGO
Trasi Henen 
(There’s a place in hell for me and me friends)
2011
Cortesia di e x t r a s p a z i o 
PIETER HUGO
Asch Henen
(There’s a place in hell for me and me friends)
2011
Cortesia di e x t r a s p a z i o 

Nato a Johannesburg nel 1976, Pieter Hugo lavora da anni per ritrarre la sua Africa, indagandone l’identità e l’alterità senza mai cadere in approcci documentaristici ma prediligendo piuttosto tagli caustici e provocatori.
Tra i suoi progetti più famosi;
 “Looking aside” – serie di ritratti impietosi di soggetti da sempre relegati ai margini della società, come vecchi, ciechi e neri albini ( mutazione genetica causa di un anomalo cocktail di tratti negroidi e assenza di melanina ) immortalati nella loro cruda vulnerabilità ;
  Rwanda 2004 – istantanee di un conflitto intestino che ha insanguinato la terra del Rwanda poco meno di vent’anni fa, quando la minoranza Hutu si rivoltò contro l’etnia Tutsi, massacrando in un centinaio di giorni tra  800.000 e 1.000.000 di persone;
  Nollywood  collezione di fotogrammi dal sapore lynchano dei personaggi grotteschi che animano le pellicole della terza industria cinematografica più fiorente al mondo ( quella africana, per l’appunto);
  Pemanent Error" – documentario sulla realtà geografica dell’ e-waste, perché la più grande discarica tecnologica del mondo si trova in Ghana ed è una voragine di detriti i cui miserabili abitanti sopravvivono bruciando congegni elettronici per estrarvi rame ed altri metalli.

Un approccio duro, provocatorio ma al contempo intensamente riflessivo, forte della consapevolezza che l’arte non ha alcuna responsabilità intrattenitiva - “I don’t think art has a responsibility to be pretty” (P. Hugo) -  ma piuttosto la responsabilità di indurre lo spettatore a soffermarsi su un’ immagine più della consueta manciata di secondi, per intuire, quantomeno, la complessità che vi si nasconde dietro.