domenica 15 settembre 2013

The we and the I/eye

                  “Tutto quanto succede nel dove in cui viviamo, succede in noi
                    Tutto quanto cessa in ciò che vediamo, cessa in noi.
                    Tutto ciò che è stato, se lo abbiamo visto quando era
                    Quando se ne va, è tolto da dentro di noi.”
                                                                 (Fernando Pessoa , Livro do Desassosego de Bernardo Soares)

Forse era questa la mia paura, che cessato qualcosa, se ne dissolvesse in me anche il ricordo;    
da piccola , prima di ripartire da un posto, mi piaceva passare in rassegna una ad una le stanze della casa che avevo abitato, anche fosse stata la casa dei miei nonni – geografia arcinota dei miei affetti – o l’appartamento che i miei zii affittavano tutti gli anni a Peschici.                                                                                                                                                                     
Con quel misto di gratitudine e languore malinconico ( da cui forse avrei dovuto intuire una mia certa propensione al nomadismo auto-inflitto ), era come scattare una foto mentale, respirata – INSPIRATA – per trattenere il ricordo di quello che avevo vissuto in quelle stanze e assorbire gli umori e gli odori che, come Proust m’avrebbe insegnato più tardi, non m’avrebbero mai abbandonato ( salvo decidere loro, in tutta autonomia, quando palesarsi).
                                                                     
Luigi Ghirri
Casa Benati, Reggio Emilia, 1985
Courtesy ©Eredi Ghirri


Qualche tempo fa, leggendo del cinema di Ozu (esponente del realismo giapponese, noto per il suo stile “contemplativo”, impregnato di simbolismi e sfumature psicologiche), per un attimo ho rivissuto una di quelle scene; non dalla prospettiva della bimba che sono stata, ma dalla prospettiva quasi materna della casa che mi aveva appena ospitato e che di li a poco m’avrebbe visto partire.
Nel cinema di Ozu ricorrono scene in cui “i personaggi escono dalla stanza mentre la macchina da presa, invece di accompagnarli resta nell’interno” ormai vuoto, come una cassa di risonanza che “registra per alcuni istanti la lieve palpitazione della loro assenza.”  (Carlos Martí Arís , La centina e l’arco )                                                                 


Maggio 2013; non conoscevo bene la fotografia di Ghirri, ma incuriosita dalla locandina  – una sorta di supporto per tende che abbraccia una porzione di spiaggia come una cornice magrittiana  - trascino un paio d’amiche al MAXXI.
La mostra si articola in tre sezioni - icone, paesaggi, architetture – e dimostra , con tecniche totalmente diverse ( dalle stampe d’avanguardia alle storiche vintage prints ) la straordinaria capacità trasfigurativa della sua fotografia: dai cartelloni pubblicitari – icone “seriali” di una nuova memoria collettiva – a soggetti ordinari dalla forte capacità evocativa, dai  paesaggi  “cartolineschi” alla riabilitazione estetica delle periferie, dalle architetture arci-note all’inventario dell’edilizia anonima, dagli scorci domestici – ritratti di un intimo quotidiano dipinto con raffinatezza empatica – agli straordinari traguardi dei cancelli e dei portali, “come mirini di una macchina fotografica”; inquadrature naturali che divengono “soglie di accesso al mondo esterno”.
                                                                           
Luigi Ghirri
Marina di Ravenna, 1986
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio 


Ghirri si rapporta agli spazi in modo che, attraverso gli spazi, si possano percepire i gesti delle persone; in modo che attraverso gli oggetti si possa leggere una storia.
La presenza umana infatti è limitata alla trasposizione iconica della cartellonistica pubblicitaria o è filtrata attraverso la tecnica del mosso, che rende irriconoscibili le persone pur evocandone la figura.
Gli oggetti quindi, come nelle scene dei capolavori di Ozu ( “empty of all but mu [a zen term meaning "nothingness] )  acquisiscono un valore evocativo di immediato impatto emotivo ( “The vase itself means nothing, but its presence is also a space and into it pours our emotion.da  Donald Richie, Ozu ).     
                                                                             
Luigi Ghirri
Bologna, Studio di Giorgio Morandi, 1989-1990
Courtesy ©Eredi Ghirri 


Più vicino al fotoamatore che non al fotografo professionista, l’esperienza di Ghirri, nata quasi da una “frequentazione dilettantesca” dell’immagine, sembra risolversi in meravigliosa restituzione dell' “identità residua e persistente” di un'Italia in vorticoso cambiamento. Ghirri sceglie di usare la fotografia per filtrare la realtà e restituirne una visione densa, porosa e malinconica, sempre in bilico tra l'ordinario e il metafisico.
I suoi scatti quindi dimostrano come la “ fotografia d’autore” non possa che essere frutto dell’equilibrio quasi alchemico tra la propia interiorità e ciò che “ continuerà ad esistere anche quando avremo finito di fare fotografia” ( Lezioni di fotografia, Luigi Ghirri ).

martedì 29 gennaio 2013

Cosmonauti

Qualche sabato fa, quotidiano alla mano, da brava oroscopista scettico-dipendente, mi sono “inavvertitamente” imbattuta nel mio oroscopo settimanale:

Se è vero – come per i fisici Everett, Wheeler, Vaidman, Deutsch,  e Giordano Bruno –   che esistono infiniti mondi, voi in alcuni momenti vorreste viverli tutti. Pur con vari stati confusionali, non è detto che non lo facciate già. Collasso della funzione d’onda. Misura. L’universo si suddivide in tante possibilità reali quante sono le sovrapposizioni quantistiche esistenti potenzialmente. […] Esistono tutti gli universi possibili. E voi riuscite a percepirli.”  
                                                                                    D la  RepubblicaMarco Pesatori )
                                                                   
Milano - poco più di un mese fa - Hangar Bicocca;  
Tomás Saraceno (San Miguel de Tucumán, 1970) sospende su di uno spazio espositivo cubico, tra i 14 e i 20 metri di altezza, 3 membrane di PVC trasparente, lasciando al visitatore la possibilità di scegliere se accedere ad uno dei tre livelli sospesi o se rimanere dentro la sala – naso all’insù – a contemplare quell’insolita costellazione di sagome fluttuanti, “come i personaggi di affreschi antichi” ( T. Saraceno).

“On Space Time Foam” nasce dalla convergenza di saperi tecnico-ingegneristici ( massiccia la collaborazione del Lindstrand Thechnologies, azienda leader nella produzione di materiali aerostatici e veicoli spaziali),  nozioni di fisica teorica ( dichiarato il riferimento al disegno del fisico Paul Davies e alla teoria delle Stringhe ),  etologia ed elementi di psicologia sociale ( l’interazione tra i diversi livelli dell’installazione dipende dalle azioni dei singoli visitatori, quasi fossero parte di un organismo vivente ) e si risolve in una straordinaria scultura interattiva; 7000 metri cubi di vuoto in cui si è “letteralmente sostenuti dall’aria”, immersi nell’aria.



Il cubo, forma geometrica elementare, spesso utilizzata per esemplificare i concetti di spazio e tempo, si arricchisce di due elementi essenziali: l’a r i a ( non a caso il titolo originale dell’opera era Airship ), la cui pressione mantiene in tensione le membrane come fossero pelli tese di un tamburo (“ecosistema di relazioni in equilibrio”, A. Lissoni) e la presenza dei v i s i t a t o r  i, veri cosmonauti di questo dirigibile accidentalmente incagliatosi sulla vetta dell’hangar.
Qualunque avvenimento su uno dei tre livelli esperibili infatti può avere ripercussioni sul livello sottostante; il movimento di un oggetto, l’apertura di una porta, il respiro di una persona possono alterare a tal punto il bilanciamento di pieni e vuoti  da trasformare lo spazio nella sua interezza, “metafora visibile della nostra interdipendenza e interrelazione sul pianeta in cui viviamo” ( T. Saraceno).





Inoltre “On Space Time Foam”, dietro una veste ludico- interattiva,  riesce a darci una misura tangibile di quello che sembrerebbe essere l’ unico punto d’incontro tra le leggi gravitazionali della relatività generale di Einstein e le forze elettromagnetiche della meccanica quantistica di Plank; la teoria delle stringhe risolverebbe infatti l’incompatibilità tra le due diverse teorie (universo come risultato di deformazioni gravitazionali  e universo  - schiuma, foam -  come risultato di sovrapposizioni e decoerenze ) teorizzando particelle non  puntiformi ma costituite da un microfilamento che può oscillare a frequenze diverse acquisendo diverse caratteristiche di massa e carica ( maggiore è  la massa maggiore la forza di gravità che quindi prevale sulle forze elettromagnetiche).



Figlio della cupola Geodetica di Buckminster Fuller,  delle ricerche sull’architettura mobile di Yona Friedman, di Frei Otto e dell’architettura radicale degli Archizoom, questo sistema presto approderà alle Maldive per essere collaudato da una task force del M.I.T. e divenire un vero e proprio modello abitativo – “una biosfera fluttuante” – risultato avveniristico delle ricerche tecnico- antropologiche che Saraceno conduce senza sosta “intorno e sopra il pianeta terra”.

Peccato non aver visto Cloud City, sul tetto del Metropolitan di New York; struttura a grandi prestazioni statiche che, sovvertendo le consuete coordinate spaziali tra skyline metropolitano e paesaggio naturale, diveniva un vero e proprio “piedistallo del mondo” da cui percepire il Central Park come un soffice tappeto adagiato su un parquet di nuvole. 

domenica 16 dicembre 2012

La macchia umana

Leggevo Walcott , nell’agosto del 2007.

Capitato quasi per caso nella valigia per il Sudafrica, qualche giorno dopo essere arrivata nella casa famiglia di Yeoville – disperato sobborgo di Johannesburg – quel libro si rivelò inaspettatamente calzante.
        
                 “I’m just a red nigger who love the sea,
                   I had a sound colonial education,
                   I have Dutch, nigger, and English in me,
                   And either I’m nobody or I’m a nation.”
                                                        ( Derek Walcott )

Crogiuolo di razze  –  q u a t t r o   sono le macro-categorie etniche riconosciute ufficialmente: neri bianchi, coloured e asiatici –  babele di lingue  - u n d i c i   sono le lingue ufficiali corrispondenti alle varie etnie, sebbene la maggior parte dei coloured parli l’afrikaans - il Sudafrica è quanto di più curiosamente contraddittorio mi sia mai capitato di vedere.

Novembre 2012, galleria E x t r a s p a z io,  via Francesco di Sales 16 A.

Pieter Hugo torna a Roma a meno di un anno da quel Permanent Error ( esposto al MAXXI ) che non vidi perché al tempo vivevo in Svizzera ( la stessa – quella francese – da cui è appena tornato anche lui dopo una personale al Musée de l’Elysée di Lausanne dal titolo This must be the Place ).

 

Il nuovo progetto – “There’s a Place in Hell for me and my friends” – pur nell’acidità dei contrasti Black & White, richiama netto alla mia memoria quell’impasto cromatico che è stato ed è tutt’ora il Sudafrica.

In un paese massacrato dall’apartheid , schiavo dell’epidermide, Hugo manipola i canali cromatici di questi 42 ritratti “sudafricani” per forzare all’estremo la percezione delle differenze/evidenze che contraddistinguono le diverse razze e che per secoli hanno alimentato discriminazioni e soprusi.

La manipolazione digitale di questi ritratti - postproduzione che risucchia il pigmento melaninico e disidrata i tessuti rendendoli asciutti e rugosi - mette in rilievo macchie epidermiche e danni solari comuni a tutte le razze  e al contempo dimostra come il colore , sebbene sia solo un gioco di campionatura superficiale, abbia il potere di condizionare le nostre vite, mortali e non.

E allora dall’omonimo brano di Morrissey

                    “Our skin
                      And our blood
                      And our bones
                      Don’t get in your way
                      Making you ill
                      The way they did
                     When we lived
                     Oh, there is a place
                     A place in hell
                     Reserved
                     For me and my friends.”
                                                                                                         
PIETER HUGO
Trasi Henen 
(There’s a place in hell for me and me friends)
2011
Cortesia di e x t r a s p a z i o 
PIETER HUGO
Asch Henen
(There’s a place in hell for me and me friends)
2011
Cortesia di e x t r a s p a z i o 

Nato a Johannesburg nel 1976, Pieter Hugo lavora da anni per ritrarre la sua Africa, indagandone l’identità e l’alterità senza mai cadere in approcci documentaristici ma prediligendo piuttosto tagli caustici e provocatori.
Tra i suoi progetti più famosi;
 “Looking aside” – serie di ritratti impietosi di soggetti da sempre relegati ai margini della società, come vecchi, ciechi e neri albini ( mutazione genetica causa di un anomalo cocktail di tratti negroidi e assenza di melanina ) immortalati nella loro cruda vulnerabilità ;
  Rwanda 2004 – istantanee di un conflitto intestino che ha insanguinato la terra del Rwanda poco meno di vent’anni fa, quando la minoranza Hutu si rivoltò contro l’etnia Tutsi, massacrando in un centinaio di giorni tra  800.000 e 1.000.000 di persone;
  Nollywood  collezione di fotogrammi dal sapore lynchano dei personaggi grotteschi che animano le pellicole della terza industria cinematografica più fiorente al mondo ( quella africana, per l’appunto);
  Pemanent Error" – documentario sulla realtà geografica dell’ e-waste, perché la più grande discarica tecnologica del mondo si trova in Ghana ed è una voragine di detriti i cui miserabili abitanti sopravvivono bruciando congegni elettronici per estrarvi rame ed altri metalli.

Un approccio duro, provocatorio ma al contempo intensamente riflessivo, forte della consapevolezza che l’arte non ha alcuna responsabilità intrattenitiva - “I don’t think art has a responsibility to be pretty” (P. Hugo) -  ma piuttosto la responsabilità di indurre lo spettatore a soffermarsi su un’ immagine più della consueta manciata di secondi, per intuire, quantomeno, la complessità che vi si nasconde dietro.